Racconti

Cisiano

cisiano
cisiano
Uno dei due ponti in fondo alla vallata

Rosa non aveva ancora vent’anni ma ormai erano parecchi anni che tutti i giorni partiva dal paese di Cisiano per andare a vendere a Nervi le poche merci che la terra arida e pietrosa di quel borgo della Val Lentro dava.

Figlia della padrona dell’unica osteria con cucina del paese e di un mezzadro di un castagneto della chiesa di Bargagli, anche quella mattina prese il sentiero che l’avrebbe portata attraverso la valle e su per i boschi di castagne fino allo spartiacque, da dove sarebbe poi discesa fino al mare.

Era autunno inoltrato, gli alberi avevano ormai perso le foglie e i rami rinsecchiti formavano strane ombre, giocando con la luce della candela, messa in un mezzo fiasco a fare un lume. Spirava un vento leggero di tramontana che portava con se gli odori del bosco. Il delicato sentore di fungo si mescolava al più forte odore di foglia marcita nelle fosse dove era impossibile andare a recuperarle, mentre alcuni animali selvatici scappavano al rumore dei suoi passi.

Rosa camminava spedita, con i suo carico di castagne secche sulla testa, con il portamento fiero che questa pratica le aveva donato, mentre nella sua mente i pensieri si accalcavano vagando dalla lista di cosa doveva comprare per l’osteria di sua madre al sorriso e gli occhi azzurrissimi di Giuseppe, il falegname di S. Ilario che lei aveva già deciso in cuor suo di sposare.

Ormai era quasi in cima alla salita, un ultimo sforzo e sarebbe uscita dal bosco, per l’ultimo tratto di terreno scoperto prima di ridiscendere dalla parte opposta, quando vide quell’uomo venire verso di lei. Era solo una macchia più scura nell’oscurità di quel giorno, pieno di nuvole, che non voleva ancora arrivare. L’uomo aveva un cappuccio in testa che gli nascondeva quasi totalmente il volto, solo il naso aquilino usciva da quel profilo indefinito. Reggeva in mano una lanterna spenta che tendeva con il braccio verso Rosa. Gli chiese se poteva avere un po’ di fuoco perchè il suo lume si era spento nel vento.

Lei si avvicinò tremante, allungando anch’essa il braccio per dargli l’opportunità di poter accendere il lume e in quel momento il braccio dell’uomo si staccò, come tagliato all’altezza della spalla da una lama affilatissima, mentre l’uomo sparì nel nulla come dal nulla pareva fosse comparso. Istintivamente Rosa si accucciò per prendere il braccio sentendolo freddo e viscido e notando che non usciva neppure un goccio di sangue dalla ferita.

Con il cuore gonfio di paura ridiscese la collina, correndo giù per il sentiero, lasciando cadere il lume ormai spento e lanciando nel bosco la sua sporta di castagne. Arrivata in fondo alla valle attraversò in pochi passi il ponte di pietra e da li risalì l’altro versante fino alla sua casa, che era la prima del paese, immersa in mezzo al bosco di castagne che suo padre teneva pulito e ordinato.

Il padre la vide correre in camera sua e chiudersi dentro, la madre ormai era all’osteria a preparare la gallina ripiena, il suo piatto migliore e quello che i pochi viandanti che passavano di li trovavano nella scarna scelta del locale.

Il padre andò a bussare per chiedere cosa fosse accaduto e sentendola tremare al di la della porta cominciò a preoccuparsi, lei non voleva parlare con nessuno, si mangiava le mani piangendo lacrime di paura. Allora il padre corse a cercare aiuto e si imbatté in Rosetta, una donna che si diceva parlasse con gli spiriti e che era capitata in paese alcuni anni prima, cedendo i suoi favori e le sue pozioni al miglior offerente. Vista male da tutte le donne del paese Rosetta era in gran confidenza con gli uomini a cui non lesinava, per pochi spiccioli, il suo sapere e le sue grazie.

Riuscì, dopo vari tentativi, a farsi aprire dalla giovane e a farsi raccontare l’accaduto. Le disse che il giorno dopo doveva tornare in quel punto e aspettare che l’uomo ritornasse a riprendersi il braccio, ma di portarsi, nascosto in grembo un gatto nero.

Rosa si fece coraggio e la mattina dopo ripartì, accompagnata solamente dalla paura e dal gatto che aveva nascosto nel grembiule. Arrivata al punto, tremante come una delle ultime foglie appese sugli alberi, si mise seduta ad aspettare. Il braccio non c’era più, al suo posto l’erba era più scura, e formava un semicerchio dove l’odore di fungo era quasi insopportabile.

Dopo pochi secondi, che a lei parvero ore, ricomparve l’uomo che le chiese di nuovo da accendere, questa volta lei si rifiutò alzando il grembiule e mostrando il gatto nero. L’uomo urlò e le disse: “Ancun da se che ti ghe u gattu in tu scosu, dunca to-u daieva mi un brassu mortu! (ti va bene che ha il gatto in grembo se no te lo darei io il braccio morto!)” scomparendo all’istante.

Rosa si rimise in testa la sporta di castagne e andò al mercato. Al ritorno vide che nel punto dove era caduto il braccio ora c’erano dei funghi profumatissimi.

Liberamente tratto da una leggenda popolare della Val Lentro.

chiesa di cisiano
La chiesa della visitazione di Maria Santissima a Cisiano (wikipedia)

La leggenda finisce dopo la frase dell’uomo, non si è mai capita bene la morale di questa favola eppure ogni tanto ricompare.

Per i personaggi mi sono ispirato alla storia di mia nonna Rosa (Divina) e mio nonno Giuseppe (Beppin de Fella).

Il paese Cisiano esiste veramente, come la Val Lentro. Così come veramente gli abitanti di quel borgo nel comune di Bargagli ogni giorno attraversavano lo spartiacque per arrivare al mare e vendere i loro prodotti, passando dal ponte di pietra sul fiume a fondovalle (pare costruito alla fine dell’ottocento) e risalendo i sentieri in mezzo ai boschi con un cammino di circa tre o quattro ore .

L’economia era basata sulla castagna, da cui si traeva un poco di sostentamento ed era usata come merce di scambio.

C’è un interessante libro, scritto da Tullio Pagano: “La civiltà del castagno” (Frilli editori), che racconta bene come tutta l’economia della valle fosse improntata sulla coltivazione del castagno di cui, un po’ come il maiale, non si buttava via nulla. Ora questi borghi stanno scomparendo aggrediti dall’incuria e dalla relativa lontananza con le città.

Nella parte alta dei monti liguri, sopra i boschi di castagne, che crescono fino ad una certa altitudine, non è difficile trovare dei semicerchi di erba più scura dove si possono trovare i funghi Clitocybe geotropa (Agarico) o in genovese Sementin. Ottimi e profumatissimi, qualcuno li paragona addirittura al tartufo di cui in comune hanno l’uso che se ne può fare tagliato a lamelle sottili.

La leggenda su questi semicerchi parla di cerchi magici e di streghe, ma ho voluto reinterpretarla adattando al racconto.

 

1 Comment

  • Lucia

    Bellissimo racconto grazie

    Reply

Leave a Reply